Gli dèi non sono scomparsi.
Hanno semplicemente smesso di essere adorati.
Ad Agrigento, tra le rovine della Valle dei Templi, Zeus, Hera, Atena… e con loro Ermes, Afrodite, Dioniso — ognuno sotto falso nome — vivono tra gli uomini.

Altri, da tempo, si sono già confusi tra i mortali. Osservano, studiano, giudicano. E, senza volerlo, iniziano a somigliargli.
Non ci sono più preghiere a sostenerli, né culti a definirli. Solo tempo. Un tempo che si inceppa, si piega, si ferma. E che li costringe a guardarsi davvero.
E mentre sulla terra tutto cambia, sull’Olimpo i satiri lavorano tra impalcature e colonne spezzate, restaurando ciò che forse non servirà più.

Tra ironia e verità scomode, gli dèi scoprono che la loro più grande minaccia non sono i Titani, né l’oblio… ma essere diventati inutili. E mentre qualcosa si muove nei loro pensieri, altrove il messaggero attraversa sogni che non gli appartengono.

O forse non sono sogni?

Note dell’autore

Prima che si apra il sipario

Questo libro non è un trattato di mitologia.
Non è nemmeno una satira. O meglio: non soltanto.

Gli dèi che incontrerete sono una parodia di se stessi. Denunciano i mali della Terra con una certa aria di superiorità, salvo poi ritrovarsi costretti a fare autocritica tra una frecciatina e l’altra.

In fondo sono sempre stati così. Molto più umani degli umani.

Ermes, per esempio, è il dio dei ladri: appena nato, ruba le mandrie ad Apollo e poi inventa la lira per farsi perdonare. Afrodite è la dea della bellezza e della seduzione, ma tradisce il marito Efesto con Ares senza neppure preoccuparsi di chiudere la porta dell’Olimpo.
Hera è la dea del matrimonio — dettaglio quasi ironico, considerando che ha sposato Zeus e ha passato l’eternità a vendicarsi delle sue amanti con zelo istituzionale.
Quanto all’amore materno, non sempre è stato un punto di forza: Dioniso, smembrato dai Titani; Efesto, scaraventato giù dall’Olimpo perché non conforme agli standard divini.

Ares è la guerra. Non la strategia, non l’onore, né il valore: la guerra. Impulsiva, irrazionale, rumorosa.
Dioniso celebra l’ebbrezza, la perdita del controllo, l’estasi che confonde libertà e fuga.
È il primo a capire che l’umanità ama perdersi più di quanto ami trovarsi.
Atena è la mente lucida — talmente lucida da risultare impenetrabile, razionale fino alla solitudine.

E poi c’è Zeus, padre degli dèi. Sovrano dell’Olimpo, dispensatore di fulmini, garante dell’ordine cosmico — almeno sulla carta.
Nella pratica, non perde occasione per infilarsi tra le lenzuola di dee, semidee, ninfe o comuni mortali, spesso sotto mentite spoglie e con una creatività metamorfica degna di un manuale di illusionismo.
Cigno, toro, pioggia d’oro, marito premuroso: l’importante è arrivare al talamo.
Fondatore involontario di metà delle genealogie mitologiche e principale responsabile dei conflitti familiari olimpici.
Se esistesse un tribunale divino, probabilmente lo presiederebbe lui.
E sarebbe anche l’imputato principale.

I nostri dèi sono pieni di difetti.
Ed è proprio per questo che ci piacciono.
Non sono divinità immacolate, lontane e perfette. Sono archetipi con crepe evidenti. Specchi deformanti, ma pur sempre specchi.

E forse è proprio questo il punto. Abbiamo smesso di adorarli non perché fossero troppo crudeli, ma perché erano troppo simili a noi.
Gli dèi di questo libro non chiedono fede. Chiedono attenzione.

Perché mentre li osservate discutere di morale, potere, guerra, identità e verità, potrebbe capitarvi di riconoscere qualcosa di familiare.

E non sempre sarà rassicurante.